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Bilancio 2007

Relazione del Sindaco al Bilancio di Previsione anno 2007

La popolazione di Spilamberto è ulteriormente cresciuta quest’anno e si dovrebbe assestare attorno agli 11.530/40 abitanti al 31 dicembre 2006, dagli 11.228 abitanti del 2003 agli 11.442 del 2005. Era di 10.725 abitanti la popolazione nel 2000.

I cittadini non italiani residenti a Spilamberto al 31 dicembre 2005 erano 1.108, al 30 novembre 2006 erano 1.223.

Spilamberto continua ad avere una crescita demografica ed un aumento delle nascite. Tra il 1980 e il 1999 il tasso di natalità (nati/popolazione*1000) era attestato sotto il 7 per mille. Tra il 2000 e il 2005 si è alzato attorno al 9 per mille. Il 2006 conferma i dati dell’ultimo quinquennio (96 nati al 30.11).

Le unità abitative per cui è stata rilasciata l’abitabilità nel 2006 sono stati 68, 47 riguardano nuovi edifici e 21 per recupero di fabbricati esistenti.

I permessi a costruire rilasciati nel 2006 sono stati 192, 94 per nuove costruzioni e 98 per ristrutturazioni.

Vorrei svolgere qui una breve riflessione su alcuni dati demografici ed economici significativi per il futuro di Spilamberto.

Anzitutto il rapporto tra il numero medio dei componenti delle famiglie e la costruzione di nuove case. Poi il rapporto tra natalità, invecchiamento della popolazione, fabbisogno di manodopera dei vari comparti produttivi e immigrazione.

1) Il numero medio dei componenti delle famiglie in rapporto alla costruzione di nuove case

Nel 1981 i componenti medi per famiglia erano 2,90, le famiglie 3.555 e gli abitanti 10.307. Nel 1991 erano 2,76, mentre le famiglie erano salite a 3.864 (+309) e gli abitanti a 10.665 (+358). Nel 2001 sono scesi a 2,51, le famiglie sono salite a 4.348 (+484) e gli abitanti a 10.973 (+308). Nel 2006 siamo a circa 2,43, le famiglie circa a 4.750 (+400) e gli abitanti a 11.540 (+ 570).

Questi dati ci dicono della progressiva riduzione dei componenti delle nostre famiglie, in 25 anni da quasi 3 persone/famiglia a meno di 2,5, mentre gli abitanti sono sostanzialmente stabili con un leggero aumento solo in questi ultimi 5 anni.

Guardando l’incremento del numero delle famiglie ci rendiamo conto che negli anni 80 la crescita di 309 famiglie ha richiesto 309 appartamenti, nuovi o ristrutturati, quindi esattamente 30/anno. Mentre negli anni 90 la crescita di 484 famiglie ha richiesto una media di 50 appartamenti in più all’anno. Questi 800 appartamenti per 800 famiglie hanno prodotto un aumento della popolazione totale di appena 666 abitanti, contro un aumento teorico (a componenti costanti attorno ai 2,75 componenti/famiglia) di circa 2.200 abitanti.
Quindi, quando ragioniamo di nuove case dobbiamo considerare anche la tendenza alla progressiva riduzione dei componenti delle famiglie, dovute ad almeno tre motivi:

1. l’uscita di casa dei figli ormai adulti (nati tra gli anni 60 e gli anni 80).
2. l’innalzamento della durata media della vita che comporta un aumento di famiglie composte da vedove/i.
3. il fattore separazioni/divorzi che comporta pure una riduzione dei componenti delle famiglie.

L’ulteriore crescita di popolazione tra il 2001 e il 2006 (+570) è spiegabile bene sia per l’ulteriore aumento delle famiglie (+400) conseguenti all’ulteriore calo dei componenti (2,43), sia perché in questi 5 anni sono stati costruiti circa 100 appartamenti/anno (cfr. permessi 99-2003).
Quindi possiamo affermare con ragionevole sicurezza che circa 40 appartamenti/anno servono per soddisfare l’incremento del numero di famiglie a parità di abitanti. La quota eccedente porta la reale crescita di popolazione.

Ma di quali case stiamo parlando?

Perché questa domanda? Perché abbiamo iniziato il PSC e perché in questi ultimi 50 anni sono cambiati molti parametri, sia urbanistici (pensate alle logiche dei capannoni costruiti accanto alle case a “fondo bosco” e alla logica dell’area industriali più recenti che non prevede più case); sia sociali (un conto sono famiglie con 2-3 figli, un conto sono famiglie con 1 figlio o nessuno, un conto ancora sono famiglie anziane mononucleari); sia socio-culturali (livello scolastico, lavoro femminile, uso del tempo libero); sia economici (oggi una casa costa molto di più rispetto a 30 anni fa, rapporto costo della casa/stipendio medio ); sia ambientali (oggi sono richiesti parametri di verde, di parcheggi, di strade, etc, che non erano previsti nel passato); sia energetici (alti costi di riscaldamento, aria condizionata, lavastoviglie, asciugatrice, etc. oltre al risparmio energetico strutturale); sia tecnologici (fibre ottiche, internet, satellite, domotica).

Oggi abbiamo quindi richieste molto diverse rispetto al passato, quali risposte dobbiamo dare a queste nuove domande?

Dobbiamo ancora pensare che la risposta standard delle villette a schiera o delle palazzine a 2-3 piani sia ancora quella ottimale per il consumo del territorio e per i costi energetici e condominiali? O non dobbiamo forse pensare che anche alcuni palazzi a 5 piani potrebbero essere una buona risposta sia per il costo al m² sia per la qualità delle nuove aree verdi pubbliche?

L’appartamento tipo che abbiamo in mente ha 2-3 camere da letto. Ma un anziano vedova/o non sarebbe più facilitato con un appartamento piccolo con 1 camera da letto? Lo stesso mini appartamento (acquisto o affitto) non potrebbe forse facilitare anche l’uscita dei figli da casa senza attendere i 35 anni? Ma questi miniappartamenti è meglio collocarli in centro storico o nei nuovi quartieri? Ma questo insieme di cambiamenti dovranno avere anche riflessi sulla progettazione delle nuove aree PEEP?

La società oggi è molto più variegata, ed anche mediamente più ricca, rispetto a 40 anni fa. Non si può quindi pensare anche a prevedere spazi per ville singole per cui c’è comunque una richiesta ed un mercato? Ma queste ville sono da collocare in aperta campagna o inserite nei nuovi quartieri?
Sono domande a cui tutti dovremo dare delle risposte nei prossimi mesi.

2) Il rapporto tra natalità, invecchiamento della popolazione e ricambio lavorativo

L’altro aspetto socio economico che l’analisi demografica ci aiuta a comprendere meglio è l’invecchiamento della popolazione italiana.

Nel 1994 l’indice di ricambio lavorativo (popolazione 60-64/15-19) era già di 1,20, nel 2004 era di 1,50. Ciò significa che a Spilamberto ci sono 3 anziani (60-64) ogni due adolescenti (15-19).

Questo dato si capisce meglio se si guarda alla storia degli ultimi decenni. Negli anni tra il 76 e il 99 il tasso di natalità si è attestato attorno a 7 nati/1000 abitanti. Rispetto ad un tasso superiore al 13/1000 degli anni 60-75 . Questo, a distanza di 25-30 anni, comporta un saldo negativo tra chi va in pensione e chi inizia a lavorare di circa 40-60 persone/anno. Cioè per 110-130 persone che vanno in pensione abbiamo solo 70-80 ragazzi nati a Modena che iniziano a lavorare (cfr. l’indice di ricambio lavorativo sopra citato).

Questo deficit comincia a manifestarsi alla fine degli anni 90 (quando i nati negli anni 76-80 hanno incominciato a lavorare). In 10 anni si è accumulato un deficit di nuova manodopera autoctona di almeno 450-550 lavoratori. Se a questo sommate l’aumento della scolarità dei nati dopo il 1970, la nascita di nuove professioni legate all’informatica, l’assistenza agli anziani legata all’aumento della durata della vita media e lo sviluppo occupazionale di molte nostre aziende, vi accorgete subito che la presenza sul nostro territorio di circa 700-750 stranieri maggiorenni che lavorano fuori casa compensa proprio il “buco” demografico 1976-1985 .

Senza i 1.223 immigrati da Paesi esteri la popolazione del Comune di Spilamberto sarebbe oggi di 10.300 residenti. Esattamente il dato del 1980. Con la grande differenza che allora eravamo un Comune molto giovane e con pochi pensionati. Oggi i cittadini oltre i 65 anni di età hanno toccato il numero di 2.600 (il 22% dell’intera popolazione). Per confronto i minorenni italiani sono solo 1.350 (11,7%) a cui si aggiungono 330 stranieri (2,9%), in totale sono solo il 14,8%.

Ora, al di là di specifiche posizioni ideologiche o personali, occorre dirci senza più falsità che Spilamberto ha bisogno di queste persone. Finora è stato coperto il buco 1976-1985, ma c’è ancora da coprire il buco 1985-1999. Significa quindi che nei prossimi anni arriveranno nuovi immigrati. E noi li accoglieremo. Ne abbiamo bisogno.

Ora, senza questi immigrati, decine di aziende agricole (frutta, stalle e caseifici) sarebbero chiuse, decine di officine o industrie si sarebbero dovute ridimensionare o trasferire (delocalizzare), centinaia di famiglie non avrebbero avuto un aiuto nel seguire i loro anziani, centinaia di nostre case non sarebbero state costruite senza il loro lavoro.

Se riconosceremo questo, capiremo che la sfida che ci aspetta è inevitabile, non facile, ma necessaria.

E la affronteremo assieme, tutti i gruppi qui presenti. Ci divideremo forse sulle soluzioni, non più certo sulla necessità o utilità della loro presenza.
Le sfide che il presente e il futuro ci prospettano sono già complicate da sole, cerchiamo di non complicarle di più.

3) La Rocca Rangoni dopo il convegno del 28 ottobre

Un’ultima riflessione la voglio fare sulla Rocca dopo il convegno del 28 di ottobre.
Dalle relazioni e dalla tavola rotonda sono usciti degli interessantissimi e, spesso, nuovi quadri: storici, artistici, architettonici ed economici. Credo che a tutti quelli che hanno partecipato al convegno, le relazioni abbiano fornito nuove idee e nuove emozioni.

La Rocca, ci è stato detto, è un oggetto allo stesso tempo fragile e ricco di potenzialità, che richiederà ulteriore tempo per studiarlo adeguatamente ma che nello stesso tempo richiede già adesso una riflessione seria sulla destinazione futura. Destinazione futura che deve considerare sia l’aspetto storico – architettonico che quello socio – economico.

Non possiamo pensare ad una destinazione senza prevedere anche la sostenibilità economica della gestione. Per questo, da oggi (dal 28 ottobre), sembra un po’ azzardato pensare a destinazioni variegate come la biblioteca o l’ufficio del Sindaco, oltre al museo del Balsamico, a un ristorante e a dei negozi. O almeno siamo di fronte ad un bivio: o riempiamo la Rocca con quello che già abbiamo, destinando poi gli spazi che si svuotano ad altre destinazioni oppure cerchiamo un’idea forte, nuova, e con una valenza sovra comunale: regionale o nazionale.

E se cerchiamo un’idea forte credo che una possa essere quella dell’ACETO BALSAMICO DI MODENA.

Se la Rocca diventasse la sede unica per tutto il mondo del Balsamico di Modena (in raccordo con la Camera di Commercio, il Consorzio di Tutela, le Associazione dei produttori; con il Museo del Balsamico Tradizionale ; il Centro Didattico della Scuola Regionale di ristorazione e magari altri servizi come un bel ristorante) Spilamberto e tutto il territorio ne avrebbe importanti benefici. La Rocca diventerebbe così la vetrina per tutti i visitatori e i compratori che vengono a Modena o a Bologna (Balsamico ma non solo), diventerebbe la porta per il territorio dell’Unione Terre di Castelli e l’intera valle del Panaro fino al Cimone (castelli, neve, enogastronomia). Diventerebbe un punto di riferimento obbligato sia per i turisti sia per gli operatori del settore enogastronomico.

Il Politecnico di Milano completerà il suo lavoro nel mese di marzo 2007. Da oggi occorre aprire una discussione che ci porti ad individuare un tema, un’idea, una prospettiva su cui i progettisti possano incominciare ad applicarsi dalla prossima primavera.


4) Conclusione

Ho voluto tracciare questi quadri socio – economici e aprire la discussione sulla Rocca prima di addentrarmi nel bilancio propriamente detto perché credo che la discussione sul bilancio di previsione sia l’occasione privilegiata per il Consiglio Comunale per discutere del futuro del Paese. Non si riesce a cogliere l’obiettivo pluriennale di un bilancio se non si parte dalla gente, dal paese, dai problemi più grandi, dalle strategie per il futuro. Se sappiamo dove vogliamo andare potremo costruire la strada più adeguata per arrivarci.

Contemporaneamente, proprio per capire meglio lo scenario in cui siamo inseriti, vi ho consegnato lo studio realizzato dagli uffici ragioneria e controllo di gestione dell’Unione sui bilanci comparati dei Comuni e dell’Unione: il trend storico 2001-2005, i bilanci comparati 2003-2006 e i dati sui servizi all’accesso scolastico (aggiornati al 30 settembre 2006).

Questi dati sono già stati presentati alle Commissioni 1ª e 2ª (Affari Generali e Istruzione) dell’Unione in seduta congiunta (il 17 novembre scorso).

Credo che sia uno studio importante che permetterà a tutti i Consiglieri di capire meglio l’evoluzione dei servizi, delle spese e delle entrate in questi anni nel nostro Comune.
Credo pure che sarebbe opportuno presentare questi dati anche a Spilamberto alle due Commissioni Consiliari Comunali competenti.

Primo inserimento del 05/12/2008 -- Ultimo aggiornamento del 26/03/2012 ore 13:05 - Stampa